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Il voto a sinistra è decisivo

In questa tornata elettorale europea nell’urna ci sono stati alcuni movimenti interessanti. In tutti i sensi. Era inevitabile che in qualche modo si facessero sentire i movimenti, che il grande popolo della pace, che ha sfilato fino a pochi giorni dal voto, pesasse nelle scelte elettorali. Era prevedibile che il composito arcipelago new-global, dato per morto troppe volte e altrettante tornato alla ribalta più vivace ed interessante di prima, facesse sentire il suo peso nel voto di sinistra. Ed infine che l’area vasta di quanti hanno ripreso, individualmente o collettivamente, ad occuparsi di cosa pubblica a partire dai temi della giustizia, della difesa della costituzione, della libertà di informazione si attivassero per queste elezioni europee ed amministrative mai così “politiche”.

Se c’è un dato indiscutibile è quello che ci consegna il rapporto tra il “triciclo” e la sua sinistra. Perché mentre il triciclo fallisce nel tentativo di erodere voti moderati, la sinistra composta dai Comunisti Italiani, Verdi, Rifondazione e la strana (e impossibile) coppia Di Pietro Occhetto cresce raggiungendo il 13%. Se a ciò aggiungiamo che perfino tanti voti andati al triciclo vengono proprio da elettori come quelli di Aprile e della sinistra Ds che sono parte integrante del Movimento risulta evidente che il 12 ed il 13 giugno di movimenti nell’urna ce ne sono stati parecchi e non possiamo non tenerne conto. Ed è una politica nuova a sinistra, come ha notato Ilvo Diamanti, su Repubblica nel suo articolo sulla “fine dell’irreality show”: «… in ambito territoriale al centrosinistra riesce meglio e con successo ciò che fatica a realizzare in ambito nazionale… il centrosinistra diventa competitivo quando sceglie la logica della partecipazione rispetto a quella della comunicazione».

Tramonta «il mito del leader vincitore, della politica come marketing e come comunicazione» in favore di una «ripresa della partecipazione, diffusa e continua, della società, su temi locali e globali». Sia per le elezioni europee che in quelle amministrative nelle liste erano presenti persone con percorsi nuovi e diversi, come nei Comunisti Italiani il comboniano Gino Barsella che veniva dalla campagna Sdebitarsi e da 13 anni di missionario in Sudan o come i tanti indipendenti e i tanti giovani alla prima esperienza elettorale che hanno animato le nostre liste per le amministrative. E’ anche il caso di Cofferati, che ha cercato di riconquistare gli astensionisti di sinistra, costruendo dal basso il programma, incontrando migliaia di cittadini in riunioni nel territorio, annunciando l’avvio del bilancio partecipativo a Bologna.

Nel momento del voto i tanti che in questi anni si sono attivati sui temi del Movimento non solo hanno votato ma spesso sono stati votati perché avevano deciso di mettersi in gioco in prima persona. Questo perché il movimento pacifista, i tanti che sono attivi nei percorsi di democrazia partecipata e locale, i movimenti sul tema della difesa dell’ambiente e del territorio, il ritrovato e qualche volta vincente protagonismo operaio e le nuove identità che vanno costruendosi attorno alle lotte del lavoro precario e flessibile, hanno voluto, consapevolmente ed in modo convinto, essere della partita. Perché il nesso tra globale e locale e la convinzione che un altro mondo sia “veramente” possibile, che sono le due vere lezioni e novità del Movimento, impongono la partecipazione a tutti i livelli, la contaminazione reciproca, obbligano a mettersi in gioco. Ora ovviamente si tratta di decidere che farne di questa novità e di questi risultati. L’errore più grande sarebbe di far finta di nulla, alla D’Alema, o di metterci il cappello, alla Bertinotti. Il percorso invece è più serio e complesso. Serve lo splendido ossimoro dell’unità plurale. Bisogna mettere in campo partecipazione, programmi, intelligenze e passioni per un progetto che metta in rete la sinistra, quella organizzata nei partiti (quella che ci sta ovviamente ma la più ampia possibile) e quella dei movimenti, dell’associazionismo di base, che sappia superare divisioni e parcellizzazioni del passato che stanno diventando sempre meno intelligibili.

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in Sudan un terribile gioco al massacro

Articolo di barsella pubblicato sul manifesto

Il Darfur, desertica regione del nordovest sudanese, al confine col Ciad, sta bruciando. Le denunce dell’ONU affermano che i reati commessi contro la gente di etnia africana dai soldati sudanesi e dalle milizie arabe, possono costituire crimini di guerra contro l’umanità.
Anche dalle zone petrolifere del Sud Sudan continuano ad arrivare notizie di violazione dei diritti umani e di devastazione di villaggi (sempre per opera di milizie, stavolta non arabe, al soldo di Khartoum) che costringono migliaia di persone alla fuga. Che ne è del processo di pace che, lungi dal concludersi come da mesi si vocifera, langue a Neivasha, un’amena località del Kenya?
Il negoziato che è stato promosso dai Paesi della Regione e sponsorizzato da una schiera di Paesi amici tra i quali l’Italia, da anni non produceva passi avanti. Nessuno, né il governo nordista di Khartoum – sotto forte influenza araba e di carattere islamista – né il movimento “ribelle” sudista Spla – dalla visione più laica agganciato all’universo africano -aveva il coraggio di affrontare i nodi-causa di una guerra che, in due periodi distinti, ha insanguinato il Paese per quasi 38 anni: il pluralismo etnico, culturale e religioso, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, il controllo delle risorse dalle acque del Nilo al Petrolio.
L’11 Settembre ha dato la svolta. Il Governo sudanese, senza cambiare la sua natura, si è lavato la faccia di fronte al mondo mostrando di abbandonare il sostegno al terrorismo internazionale. Gli Stati Uniti quindi hanno deciso di usarne il know how collaborando a livello di servizi segreti. E il fatto che a causa della guerra, l’abbondante petrolio sudanese possa essere estratto solo con l’aiuto dei cinesi (che non si pongono certo il problema dei diritti della gente che ha la sfortuna di avere i giacimenti sotto i piedi) ha fatto capire ad Europa ed USA che forse in Sudan conviene fare la pace.
Così i Paesi europei e, molto di più, gli Stati Uniti, vogliosi anche di dimostrare al mondo arabo le loro capacità di pacificatori, hanno cominciato a gettare tanti dollari nella bollente pentola sudanese. Gli ultimi due anni hanno visto un crescendo di accordi tra il governo nordista di Khartoum e i ribelli dello Spla: sei anni di periodo di transizione, divisione del Paese e di poteri tra nord e sud lungo linee etnico-religiose, la spartizione dei proventi delle risorse e il referendum per l’autodeterminazione del Sud Sudan alla fine del periodo di transizione
La grande assente dai negoziati è la vivace e attiva società civile sudanese. Le genti del nord e del sud, che hanno pagato con decenni di guerra e sofferenze, continuano a non avere voce in capitolo. Questo significa che i nodi rimangono tutti sul tappeto e i conflitti all’interno della società sudanese restano irrisolti. I soldi e gli interessi che ruotano attorno alle ricchezze sudanesi possono comprare un “accordo di pace” tra le parti in guerra, ma non un vero processo di riconciliazione e risoluzione dei conflitti che possa dare solide radici alla pace e possa creare un clima di fiducia tale da evitare che il referendum di autodeterminazione del Sud Sudan sancisca la definitiva divisione e rottura del Paese.
Ma i segnali che vengono dal Sudan fanno pensare, visto i soldi che girano, ad un tragico gioco al rialzo. Da un lato il governo che, dovendo capitolare di fronte al problema del sud, tenta ancora una volta di spezzare nel sangue una ulteriore rivolta (e non è la prima) nel nord del Paese. Dall’altro John Garang, leader indiscusso dello Spla, che nicchia sornione e incontra i capi della rivolta dell’ovest affermando che anche quel problema va risolto. Infine gli stessi leader della nuova frontiera contro Khartoum che affermano (come già fatto dai movimenti ribelli di altre aree marginalizzate nel Nord Sudan come i Nuba) che il problema del sud non è l’unico problema del Sudan, e che fare la pace col sud non risolve il conflitto tra i popoli sudanesi.
E tutto questo non promette nulla di buono.

Gino Barsella
Treviso 21 Maggio 2004

Gino Barsella, Nato a Lucca il 2 settembre 1954. Ha studiato teologia al Missionary Institute London (Inghilterra) dove ha ottenuto uno STB dall’Università di Lovanio (Belgio). Nel 1982 è partito per il Cairo (Egitto) dove è rimasto fino al 1984 per studiare la lingua araba e la religione islamica. Dal 1984 al 1995 è stato a Khartoum (Sudan) dove ha lavorato nel Comboni College, di cui è stato direttore dal 1988 al 1995. Nel 1995 è tornato in Italia dove ha studiato per due anni comunicazione sociale allo Spics di Roma; dal 1995 è redattore della rivista comboniana Nigrizia che ha diretto dal 1999 al 2002. Ha pubblicato un libro di ricerca storica sul Sudan intitolato Struggling to be Heard. The Christian Voice in Indipendent Sudan 1956-1996 (Paulines, Nairobi, 1998), oltre a numerosi saggi e articoli su tematiche africane. Collabora con programmi radio e TV sulle stesse tematiche. Dal 2002 è coordinatore della campagna Sdebitarsi per la cancellazione del debito dei paesi più impoveriti. E’ candidato, come indipendente, alle elezioni europee, nella lista dei Comunisti Italiani.